[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]
La grande questione tra cattolici e protestanti era tutta incentrata sull’importanza da attribuire alle opere. Le “opere” che facciamo ci fanno guadagnare la salvezza della nostra anima immortale? Sì? No? Per i protestanti si è predestinati alla salvezza e le opere non contano nulla se manca la “predestinazione”, che è tutto. Pertanto “le opere” vanno messe in secondo piano? Esse ti fanno guadagnare punti preziosi per la salvezza, perciò tu devi operare bene in vita per “guadagnarti” la ricompensa nell’aldilà, così ribattono i cattolici per cui “predestinazione” e “opere” sono indisgiungibili. Perché? Tu sei “responsabile” di tutto ciò che fai nella vita, dovrai rispondere di qualunque cosa farai, nel bene e nel male. Così la penso e per questo sono più vicino al cattolicesimo che al protestantesimo, teologicamente parlando. Più che altro la posizione cattolica è più in linea con il mio grande amico, che si chiama Aristocle, ma i più lo conoscono con il suo soprannome: Platone.
Sebbene Dostoevskij sia una delle mie grandi passioni intellettuali, per me Platone è il classico “over the top”, il “non plus ultra”. Sono stato di recente in Grecia ad accompagnare una mia classe in gita. Fra le altre mete (le Meteore, Delfi, Olimpia), abbiamo visitato anche Atene e per suggellare la visita, in una tipica taverna greca con vista direttamente sul Partenone, con alcuni colleghi, come me di professori di filosofia, abbiamo brindato al maestro di tutti noi: Platone. Ho detto “professori”, ma vi confesso che preferisco la dicitura “filosofi”, poiché la formulazione “professori” per coloro che insegnano l’arte filosofica teorizzata nell’antica Grecia da Socrate, mi sembra una formulazione quantomeno imprecisa. Ho buoni motivi per credere che se solo fosse qui tra noi Socrate storcerebbe la bocca nel sentirmi definire me e i miei colleghi “professori”, noi che più di altri dovremmo avere fatto tesoro del significato dell’insegnamento socratico “so di non sapere”.
A ogni modo, vi dicevo di Socrate… molti lo considerano il padre della filosofia e hanno ragione, non voglio dire il contrario. Tuttavia, se non fosse stato per Platone, parliamoci chiaro: chi si sarebbe ricordato di Socrate? Platone ha avuto il merito di rendere immortale Socrate e, scrivendo del suo maestro, ha reso “immortale” anche sé stesso.
I suoi dialoghi sono quanto di meglio la filosofia antica ci abbia regalato, uno in particolare li sintetizza tutti: “La Repubblica”. Si tratta di un dialogo suddiviso in dieci libri. Nell’ultimo si trova il mito di Er. Qui si parla della ricompensa dei giusti nell’aldilà. Siamo davanti alla “Divina Commedia” prima della “Divina Commedia”. Perché Dante si sarà pure ispirato al “Libro della Scala” degli Arabi, ma è verosimile supporre che conoscesse il mito di Er. Per farvela breve, la morale di questo mito è che la salvezza dobbiamo guadagnarcela con le buone opere, perché se ci comportiamo bene otteniamo una ricompensa, viceversa una punizione. Vi risparmio il contenuto del mito, che non è oggetto di questa lezione e di cui vi ho già parlato altre volte.
Per spezzare una lancia in favore di Lutero e della sua “protesta”, non tutte le buone opere della Chiesa rinascimentale furono tali. Il motivo del contendere tra cattolici e protestanti sono state le indulgenze, considerate “buone opere”, vale a dire: per salvare le anime dei propri cari estinti, si offriva un soldino alla Chiesa e i preti cattolici promettevano che l’anima del proprio caro defunto sarebbe ascesa, dal limbo del purgatorio, fin sulle vette del paradiso. Diciamocelo con franchezza: Lutero non aveva tutti i torti, la Chiesa cattolica nel Cinquecento non era pia, i papi rinascimentali non erano “stinchi di santo”, le loro virtù erano tutt’altro che specchiate. Tuttavia, il senso di guadagnarsi la salvezza attraverso “buone opere” che siano tali nella sostanza, non va sminuito per colpe gravi della Chiesa cattolica romana del Cinquecento.