[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]
Nella sfera pubblica, la filosofia ci serve perché ci fa riscoprire il gusto del ricercare il bene non solo dentro ma anche fuori di noi, perché la verità è partecipazione e se è meno partecipata è meno significativa. Sì, se trovi una verità per te valida potresti fare della tua vita un capolavoro, se però questo “capolavoro” lo condividi e lo rendi partecipe agli altri, la soddisfazione che ne ricavi è doppia sapendo di avere fatto un “bene doppio”. La verità è più bella se ricercata insieme, attraverso il dialogo, come ci insegnano Socrate e Platone. Non è un caso che Platone scriva dei dialoghi… uno che vuole importi una verità, la “sua” verità, scrive un “trattato” dove esprime magari con finezza e maestria la “sua” idea di verità, peccato però che tu la senta come “estranea”, perché ti viene “calata” dall’alto.
Le verità imposte funzionano poco, secondo me; mi riferisco alle verità politiche “imposte”. Il discorso cambia per le verità scientifiche, cioè della scienza, che sono per definizione più elitarie, ma il loro esserlo non le rende meno valide; non è che, siccome la legge di gravitazione non riusciamo a capirla tutti, allora vale di meno… poi, se la capiamo tutti perché c’è qualcuno bravo che ce la spiega, meglio ancora. In ambito politico è necessario che la verità sia frutto di una ricerca del bene comune il più possibile condivisa, affinché tutti possano parteciparne (la politica e partecipazione). Per questo il grande Platone sceglie il mezzo dei dialoghi per dirci che il Bene collettivo – quello con l’iniziale maiuscola – va ricercato tutti insieme. Qualcosa che interessa solo il singolo, “solo il singolo” ce l’ha a cuore, perché è “bene” per sé. Qualcos’altro invece che riguarda tutti, “tutti” se ne fanno carico, perché è “bene” per la collettività.