La scelta in Kierkegaard e Dostoevskij: La Tragedia della Vita

La riflessione esplora il concetto di libertà attraverso le opere di Dostoevskij e Kierkegaard, evidenziando che la vita implica scelte tragiche, poiché gli esseri umani sono limitati. Nonostante le catene fisiche, la mente rimane libera. Una vita guidata dalla filosofia e dalla fede cristiana, secondo questi autori, offre significato e direzione.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Non so quanto Dostoevskij abbia letto di Kierkegaard, quello che “so” è che la tragedia della vita è la scelta, una “scelta” sempre tragica, perché non si può fare tutto in quanto mortali. Dobbiamo obbligatoriamente scegliere una possibilità piuttosto che un’altra. Kierkegaard l’ha risolta così: “Aut aut”, o A o B, AB insieme non è contemplato.

Possiamo scegliere di fare una cosa per volta, una alla “volta”, perché siamo esseri limitati nello spazio e nel tempo. Siamo qui, adesso. E se siamo “qui”, non possiamo essere lì, “adesso”. La simultaneità e l’ubiquità ci sono precluse in quanto umani, cioè “mortali”. Come sapeva bene Kierkegaard (e anche Dostoevskij), la scelta ha sempre a che fare con la libertà: noi siamo liberi di scegliere, nessuno può toglierci una sia pur residuale, infinitesimale libertà. Pure un condannato a morte, che è in catene, può comunque scegliere come salire sul patibolo, se con dignità o meno; pertanto, sta a lui decidere con quale atteggiamento abbandonare le sue spoglie mortali. Perché si può incatenare il corpo di una persona, ma non la sua anima, che qui uso come sinonimo di mente: l’anima-mente è libera. Nessun tiranno può incatenare il pensiero di un condannato. Il pensiero vola libero, perché o è “libero”, o non è. E dato che tutti pensiamo, siamo tutti potenzialmente “liberi”. Il problema è che a volte rinunciamo a pensare, lasciamo che lo facciano altri per noi, che ovviamente pensano bene al loro tornaconto e non ai nostri interessi.

Come sanno bene i filosofi, da Socrate in poi, per essere liberi occorre pensare con la propria testa. I filosofi ti insegnano a essere “libero”, a “pensare” per conto tuo. E in questo sia Kierkegaard sia Dostoevskij sono maestri. Se scelgo sono libero, dunque, e se lo sono, un destino tragico mi attende: sapere di avere un numero limitato di possibilità nella vita. Perciò devo giocarmi bene le mie carte, imparando a scegliere con estrema accuratezza. E come lo imparo? Scegliendo di vivere filosofando, perché una vita guidata dalla bussola della filosofia permette di non smarrirsi nei meandri di un’esistenza vuota e insignificante, un’esistenza che gira su sé stessa senza una meta precisa. Questa meta per Kierkegaard e Dostoevskij è chiara: è cristiana. Il primo la identifica con Dio, perché la scelta migliore che possiamo fare per lui è scegliere una vita religiosa alla maniera di Abramo (sia fatta la Sua volontà). Il secondo la fa coincidere con Cristo, per credere nel Padre occorre passare per il tramite del Figlio, che ha saputo prendere sotto la sua ala protettiva i peccatori promettendo loro la remissione dei loro peccati, se avessero abbandonato tutto e lo avessero seguito.

Ecco che cos’è la vita per un cristiano: seguire Cristo, il suo esempio tragico, quello di chi si è caricato su di sé la propria croce e se l’è portata fino in cima al Golgota.