[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]
Prima ancora degli esistenzialisti del Novecento che vi ho nominato, ce n’è uno dell’Ottocento che merita una menzione speciale da parte mia. Mi riferisco al danese Søren Kierkegaard, ovvero: il filosofo della scelta, per antonomasia. Filosofo anti-hegeliano della prima metà dell’Ottocento, mentre Dostoevskij ha vissuto più la seconda metà dell’Ottocento, che è un periodo più inquieto per la storia del pensiero, a differenza della prima metà che fu un periodo dove c’era tanto ottimismo. Si era da poco usciti dal Settecento, che è stato il “secolo dei lumi”, il secolo del trionfo della ragione. Così nei primi decenni dell’Ottocento prende piede il mito del progresso, che impone la convinzione – per alcuni aspetti condivisibile e per altri discutibile – che gli esseri umani si trovavano nella migliore delle epoche storiche.
Era infatti convinzione del più grande filosofo d’inizio Ottocento, Hegel, che le epoche future sarebbero state migliori dell’epoca presente, così come la sua epoca era migliore di quelle che l’avevano preceduta. Hegel aveva una visione della storia fin troppo ottimistico-progressista, quando invece un approccio più pragmatico e meno idealista di quello hegeliano ci suggerirebbe quantomeno cautela. Lungo il corso della storia si incontrano frequenti interruzioni e talvolta involuzioni di quello che parrebbe essere un cammino progressivo e migliorativo, “parrebbe” appunto, senza esserlo davvero. Kierkegaard non lo soffriva proprio, Hegel intendo; infatti, porrà l’accento sulle criticità della filosofia hegeliana, che si è occupata delle masse, della collettività, ma non delle singole vite umane.
Hegel non ha remore nel giustificare che alle volte debbano venire immolate sull’altare della Storia delle vite, come nel caso delle guerre. Per Kierkegaard dobbiamo altresì ritornare a focalizzarci sull’individuo, ritornare a fare filosofia alla maniera socratica, una filosofia esistenziale. Già, perché Socrate in un certo senso è stato il primo “esistenzialista” degno di questo nome. Ci ha fatto fare i conti con il senso dell’esistere e sull’importanza di farlo seguendo il proprio pensiero e realizzando il proprio scopo: il suo era quello di filosofare. Perciò, così come aveva sempre vissuto decise che tanto valeva morire, filosofando appunto. Il singolo individuo conta per Kierkegaard, che di Socrate è “figlio”, filosoficamente parlando.
Kierkegaard disprezza e non riesce a capacitarsi della noncuranza con cui Hegel lascia che i grandi condottieri della storia utilizzino per i loro loschi fini di conquista i singoli individui considerati alla stregua di “carne da cannone” e poco gli importa che la storia sia un “banco di macelleria”.