[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]
Dostoevskij viene considerato da molti: uno dei progenitori dell’esistenzialismo. Dostoevskij e l’esistenzialismo è un collegamento per me fin troppo evidente… a tal proposito, è necessario che vi parli di un libricino dostoevskiano che, sebbene breve, non per questo è meno importante di altri, anzi… c’è persino chi sostiene che è il romanzo più filosofico di Dostoevskij, sto parlando di “Memorie dal sottosuolo”, il suo romanzo più “esistenzialista”. Personalmente non sono d’accordo, perché “I fratelli Karamazov” e “I demoni”, per spessore filosofico, gli stanno una spanna sopra. Certo, i gusti sono “gusti”, ognuno è sacrosanto che abbia i suoi, tant’è vero che, nel novero dei libri dostoevskiani filosoficamente superiori, c’è pure chi vi annovera “L’idiota”, che ha secondo me degli spunti favolosi, uno su tutti: l’idea che la bellezza possa avere una valenza salvatrice. Pur tuttavia, gusto mio, lo metto fuori dal podio delle tre opere più filosofiche di Dostoevskij, che sono anche le mie preferite. Ovviamente è una classifica personale la mia, del tutto opinabile, come tutte le “classifiche” basate sul gusto “personale”. A ogni modo, su questo fantomatico podio al terzo posto – medaglia di bronzo – ci metterei “Memorie dal sottosuolo”, come vi dicevo: l’opera di Dostoevskij che rimanda di più all’esistenzialismo…
Innanzitutto, cos’è l’esistenzialismo? Si tratta di una corrente di pensiero che si diffonderà a cavallo tra le due guerre mondiali. Quindi, quando parliamo di “esistenzialismo”, parliamo degli anni Venti e Trenta del Novecento, quando gli uomini sono usciti da quell’immane carneficina che era stata la Prima guerra mondiale. C’erano entrati tutti contenti in guerra, alcuni pensando che potesse forgiare i popoli, come se la guerra potesse mai essere un “bene”… mah! Pian piano, però, pure i più entusiasti dovettero convincersi di quell’abominio che quella – come ogni altra guerra – fu… aveva ucciso milioni di esseri umani, prodotto mutilati non solo nel fisico ma anche – e soprattutto – nella mente. Persone che erano diventate le ombre di loro stesse e che si sono portate avanti questo trauma per tutta la vita.
Da questo spaventoso “trauma” emerge una riflessione profonda, esistenziale appunto, che rimette in discussione il senso dell’esistere, ponendo al centro di tutto: un pensiero che doveva fare i conti con la finitezza. E fin qui, niente di nuovo, dato ciò in cui consiste la vita umana. La filosofia si è sempre occupata del nostro complicato rapporto con la finitudine, da Socrate in poi. Il problema però si intensifica e diventa ancora più vibrante quando a morire sono tanti giovani e le cause sono tutto fuorché naturali, perché le armi che li hanno uccisi sono artificialmente create dall’uomo, che è il peggior nemico di sé stesso, come vi ho già detto.
Nella “Apologia”, dopo essere stato condannato dai suoi concittadini, Socrate stesso si esprime così, cito a memoria: “Io vado a morire e voi a vivere, chi di noi due va verso il meglio è oscuro a tutti, fuori che a dio […]”. Con “dio” qui Socrate/Platone non intende ovviamente il Dio cristiano, è “dio” con la minuscola, non ha nulla a che vedere con quello con la maiuscola dei cristiani. Lo ricordo – ma già lo saprete senz’altro – la filosofia greca viene prima del cristianesimo… a ogni modo, trovo indicativo questo atteggiamento di curiosità di Socrate verso ciò che potrebbe essere la morte. Lo reputo molto sintomatico di una certa indole filosofica di vederla come l’evento culminante della vita, che le conferisce il senso ultimo. Uno dei padri dell’esistenzialismo novecentesco, tanto stimabile come filosofo quanto disprezzabile come uomo (per via delle sue simpatie naziste), sto parlando di Martin Heidegger (l’autore di “Essere e tempo”), teorizza l’essere-per-la-morte. In sintesi, Heidegger sostiene che la nostra vita abbia tanto più senso visto che c’è la morte, perché ogni cosa che facciamo è in funzione di essa, con la quale – dolenti o nolenti – dovremmo tutti farci i conti. Infatti, cos’è la morte se non la realtà ultima della vita?
Da buon anticipatore dell’esistenzialismo del Novecento, anche Dostoevskij nelle sue opere è costretto a fare i conti – come tutti gli esseri umani – con questa “realtà ultima”, che influenza le nostre azioni in vita. In un certo senso, potremmo dire che la morte sia ciò che ci rende davvero liberi. Eh già, vi è uno stretto nesso tra libertà e morte, una diretta correlazione. Perché? Penso sia a causa della nostra finitudine, connaturata alla nostra vita, al nostro essere cioè costretti a fare quello che secondo gli esistenzialisti si chiama: “scegliere”. Delle parole significative sulla filosofia della scelta le spenderà per esempio Jean-Paul Sartre, l’altro grande esistenzialista del Novecento (autore de “L’Essere e il Nulla” che già dal titolo si capisce quanto scimmiotti “Essere e Tempo” di Heidegger). Un altro esistenzialista degno di nota del Novecento sarà Camus, che è il mio preferito e che intrattiene un legame ancora più esplicito con Dostoevskij (lo citerà spesso nelle sue opere). Anche se Camus è più scrittore che filosofo. Invece Sartre e Heidegger sono più filosofi di razza, sebbene siano più difficili perché più teoretici, però non hanno di certo la stoffa letteraria di Camus, vincitore del premio Nobel per la letteratura. Anche se, a dirla tutta, pure Sartre lo vincerà, ma lo rifiuterà al contempo, il Nobel intendo…