Io e Dostoevskij

L’autore condivide il suo profondo legame con Dostoevskij, ispiratore del suo libro “La tragedia della libertà”. La passione per l’autore russo è nata durante gli anni del liceo e si è approfondita all’università, in particolare con “I fratelli Karamazov”, che ha avuto un impatto emotivo e filosofico significativo sulla sua vita.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Oggi voglio parlarvi di alcuni temi del mio libro intitolato “La tragedia della libertà. Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”. Il mio legame con il grande scrittore russo è tale per cui, se mi chiedeste quali sono i miei tre scrittori preferiti, vi risponderei senza mezzi termini: Dostoevskij, Dostoevskij, Dostoevskij.
Arrivato alla mia età, ho pensato che un libro su di lui avrei dovuto scriverlo e perciò l’ho fatto. Ecco, dovete sapere che Dostoevskij è stata la mia grande passione dei vent’anni, più dei venticinque, a dire il vero, perché è un autore che, se lo affronti quando sei più imberbe, lo capisci poco. 

Ho fatto la conoscenza di Dostoevskij quando ero in quarta liceo. Me lo consigliò la mia “Prof” di Filosofia, per merito della quale faccio il professore anche io. Mi disse: “Leggilo che ti piacerà di sicuro.” Il libro in questione era “Delitto e castigo”. In realtà, non è il mio libro preferito di Dostoevskij, lo dico subito. Ho provato a leggerlo a quell’età, però l’ho lasciato sul comodino per qualche mese, poi l’ho spostato sugli scaffali della libreria e me lo sono dimenticato per un po’. 

Mi sono imbattuto di nuovo in Dostoevskij quando ero ormai all’università, mi pare al secondo, o al terzo anno; studiavo ancora a Urbino, dove ho fatto la laurea triennale, per la specialistica mi sono poi spostato a Milano, al “San Raffaele”. Quindi ero ancora a Urbino, ricordo, quando ho preso in mano un altro libro di Dostoevskij, non uno qualsiasi, uno in cui all’interno si parla di un parricidio. È un libro che io ringrazio Dio di averlo messo sul mio cammino perché ricordo ancora le lacrime calde che versai quando lessi le ultime pagine, precisamente quando Alësa, uno dei tre fratelli Karamazov, sbriciola delle mollichine di pane sulla tomba di un bambino (Iljuša) e dice delle parole bellissime sul paradiso in terra, insomma sulla bontà di Dio, sulla bellezza del creato, sulla resurrezione come certezza. Il libro in questione è ovviamente “I fratelli Karamazov”, che è ancora oggi di gran lunga il mio preferito. È un libro di una densità filosofica sbalorditiva… 

Per uno scrittore e professore di filosofia come me non c’è niente da fare: Dostoevskij è come una calamita tanto mi attrae vuoi per il fascino letterario e vuoi anche per lo spessore filosofico delle sue opere. 

Ecco come mi sono avvicinato al pensiero di questo grande autore e me ne sono innamorato, tanto da volerci fare un libro.