Il Dubbio e la Fede: La Lezione di Dostoevskij

Il testo riflette sulla sofferenza umana, utilizzando la scena di “I fratelli Karamazov” in cui Alësa onora la memoria di un bambino defunto. Si esamina la tragedia della perdita, in particolare per i genitori, e il difficile rapporto con il concetto di Dio e la giustificazione del male nel mondo. La lotta con il dubbio è fondamentale.

[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]

Ho aperto delle parentesi, filosofiche naturalmente, ma alla fine eccomi ritornato a Dostoevskij. È arrivato il momento di parlarvi di una scena de “I fratelli Karamazov”, di cui vi ho solo accennato all’inizio, che mi fa commuovere ogni volta che la racconto. La prima volta che la lessi, piansi calde lacrime. La scena in questione è quella che racconta di quando Alësa sbriciola un pezzetto di pane sulla tomba del piccolo Iljuša così che gli uccellini possano andare lì a beccare le mollichine e fare compagnia alle spoglie mortali di quell’anima innocente, ingiustamente defunta, com’è sempre in questi casi, quando a morire è un bambino. Muore una persona adulta, ci diciamo che è un’ingiustizia sì, ma è più nella logica delle cose. Infatti, alla fine, ci convinciamo che è la vita che ha fatto il suo corso spietato quanto naturale. È una tragedia? Naturalmente, come quando la morte prende qualcuno, chicchessia, anche a tarda età, però quando succede in tenera età… il discorso cambia eccome. La percezione della “tragedia” è nettamente amplificata, fa ribollire di rabbia il sangue nelle vene e fa dubitare del disegno divino, che noi non conosciamo e perciò non capiamo, non ci capacitiamo, non riusciamo a farcene una ragione. 

È la paura più grande per un genitore: perdere un figlio. Il solo pensiero atterrisce, ti mozza il respiro, daresti tutto perché non succeda. Il povero Dostoevskij è dovuto passare attraverso i morsi di questa sofferenza indicibile, perdendo una figlia. I suoi contemporanei, che ce lo hanno raccontato, ci hanno lasciato testimonianza della mostruosa sofferenza che lo ha divorato nell’anima, lasciandolo trasparire nei tratti sconvolti del volto dell’uomo, del padre. Dostoevskij ha sofferto e forse proprio per questo ha raccontato meglio di altri cosa si prova nel farlo. Io quando ho letto “I fratelli Karamazov” e la scena che vi ho raccontato, che mi ha fatto piangere, non ero a conoscenza della perdita subìta dal grande scrittore russo. Quando l’ho saputo, però, mi sono detto: “Ecco perché mi ha fatto tanto effetto…”. Cosa avrebbe dato Dostoevskij per non scrivere con tanta vibrante intensità una scena tanto straziante, intima e così vera. Ritorno alla questione giobbica, con Giobbe/Dostoevskij dovremmo tutti interrogarci: “Ma, se Dio è buono, se Dio è amore, come cantano all’oratorio dietro casa mia, perché se ne vanno prima dei vecchi delle creaturine innocenti? Che colpa hanno loro? E non mi venite a parlare del retaggio del peccato originale, non raccontatemi questa storia, non è una consolazione intellettuale che mi serve, la spiegazione dei catechisti non mi soddisfa, non sono più un cristiano da catechizzare, sono troppo maturo per queste storie…”.

Spiegazioni della serie: è tutta colpa del “peccato originale” non vanno bene per tutti, tantomeno per uno scrittore e pensatore del calibro di Dostoevskij, come per chiunque abbia un po’ di vita sul groppone e un minimo di bagaglio di letture accumulate. Non esiste una risposta facile per giustificare il male nel mondo, questa alla fine è la conclusione a cui potremmo giungere come hanno vissuto sulla loro pelle vuoi Giobbe e vuoi anche Dostoevskij. E allora? Che fare? Solo lottando contro il dubbio, io credo, potremmo venire a patti con l’idea che ci sono cose che sfuggono alla nostra comprensione e che sempre vi sfuggiranno. Sia che accettiamo o meno questa verità inconfessabile, le cose stanno così, vivere è questo e non possiamo farci niente, o meglio… qualcosa possiamo fare, imparare a convivere con la scomoda ma onnipresente sofferenza, del corpo o dell’anima, poco importa.