[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]
D’altra parte, per quanto ortodosso, Dostoevskij è pur sempre un cristiano senz’altro tormentato, che ha famigliarità con il dubbio, sempre “borderline”, a volte sin troppo convincente quando fa parlare i suoi personaggi più atei, però, anche in quei casi, rimane “cristiano”, grazie a Cristo, che gli infonde la speranza di credere in Dio Padre. Per Dostoevskij siamo pur sempre creature, con l’iniziale minuscola, bisognose di un Creatore, con l’iniziale maiuscola. Per lui non basta l’uomo-dio che è invece sufficiente ai suoi tre colleghi “maestri del sospetto” (Marx, Nietzsche, Freud), ma ci vuole il Dio-uomo, il Cristo Redentore dei peccatori, che ha spezzato le catene che tenevano imprigionata l’umanità al “peccato originale”. La “libertas maior”, per dirla con Agostino, quella “dal” peccato ce la può dare solo Cristo.
Troppo facile peccare e chiedere poi perdono per i propri peccati, obiettano contro i cristiani gli atei, molti dei quali trovano invece più ragionevole – se non altro meno ipocrita – peccare senza poi pentirsi, relativizzando il male alla maniera di Ivan Karamazov, perché tanto, se Dio non c’è, che problema “c’è”? Nessuno, perché “tutto è permesso”: è questa la pericolosa deriva atea in cui siamo scivolati con l’affermarsi di una società sempre più secolarizzata. Non che i re del passato, quelli delle Crociate in Terrasanta, per esempio, non ne facessero di guerre, in nome di Cristo e al grido “Dio lo vuole”, tutti hanno le loro colpe, cristiani compresi. La perversione però della logica di Ivan, quella del “tutto è permesso”, è che rompe ogni argine e apre la strada al nichilismo della specie più becera: quello della “cupio dissolvi”, intesa nella declinazione psicologico-moderna, ovvero come volontà nichilista di auto-annullamento.