[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]
In definitiva: perché c’è il male? Perché c’è l’uomo, potremmo rispondere con Dostoevskij. Nello specifico, c’è il male proprio “perché” c’è la libertà dell’uomo. È questa la vera tragedia: “La tragedia della libertà”, che – non a caso – ho scelto come titolo del mio libro. La libertà è impastata di tragedia, non si darebbe alcuna libertà che non sia tragica per noi umani, questo è il problema (ben individuato da Dostoevskij). Un problema con cui coesistere, inestirpabile, ma contro il quale possiamo e dobbiamo lottare ogni giorno. In che modo? Semplice, sforzandoci di far trionfare in ogni momento la nostra parte migliore, a scapito della peggiore che pur esiste in noi; “semplice” a dirsi, a farsi è il problema. Pur tuttavia, ogni volta che lottiamo contro il peggio di cui siamo capaci per fare vincere il meglio di noi, allora rendiamo meno problematico “il problema”.
In quanto uomini siamo insufficienti, nel senso più pieno della parola: non sempre è sufficiente fare del nostro “meglio”, perché il nostro “peggio” è sempre lì, che ci aspetta dietro l’angolo. I personaggi di Dostoevskij ce lo insegnano e ci piacciono proprio perché sono come noi: non solo buoni, non solo cattivi. Malgrado ciò, non ha senso per Dostoevskij rinunciare a far prevalere la nostra parte migliore. Ci dobbiamo provare, sempre. E richiedere perdono a Dio, quando non ci riusciamo, da quei peccatori che siamo, tutti.