[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]
Di tutti i mali, la guerra è il peggiore perché è evitabile. Da dove si origina il male? Da ben prima di Dostoevskij ci si è posti questa domanda, la più complicata di tutte. Molti filosofi e teologi – specialmente dopo Auschwitz – si sono domandati: se c’è Dio, perché c’è il male, “unde malum”, dunque? Uno potrebbe dire – è stato detto infatti – perché c’è il libero arbitrio: Dio ha lasciato l’uomo libero di poter fare sia il bene sia il male, a sua discrezione. Dostoevskij non si accontenta della scappatoia del “libero arbitrio”. La sua visione del problema è più in sintonia con un libro dell’Antico Testamento, testo fondamentale, che è forse il più filosofico della “Bibbia”. Mi riferisco al “Libro di Giobbe”. Le lamentazioni di Giobbe hanno del clamoroso, sfiorano l’ateismo tanta è la veemenza con cui il protagonista si scaglia contro Dio.
La vicenda è nota e la riepilogo in breve: Dio fa una scommessa con Satana, che gli aveva detto (i “virgolettati” sono miei): “Sì, è chiaro che Giobbe ti esalta, ti loda, eccetera. Tu gli hai sempre fatto andare tutto per il verso giusto. Prova a fargli andare le cose per quello sbagliato. Fagli morire la famiglia e bruciagli il raccolto, poi vediamo se continua a lodarti e a rimanere il tuo servo più fedele…”. Dio acconsente e fa andare tutto storto a Giobbe, che non si capacita e arriva a dubitare. Il “Libro di Giobbe” apre a riflessioni più ampie. Come Giobbe, Dostoevskij è uno che ha famigliarità con il dubbio, ci fa a cazzotti ogni giorno e a sera soltanto, dopo la sua consueta “scazzottata” giornaliera, accetta con fatica di credere, arresosi alla fede grazie all’esempio di sacrifico e sofferenza di Cristo, di cui apprezza la vicinanza ai peccatori. Senza l’intermediazione di Cristo, probabilmente Dostoevskij non sarebbe annoverato tra i pensatori credenti. Ragion per cui, credo sia corretto dire che, più che una teologia, Dostoevskij abbia espresso una sua cristologia, ponendo Cristo al centro del suo Cristianesimo da peccatore incallito, quale si riteneva di essere.