[Queste riflessioni sono liberamente ispirate al mio testo: “La tragedia della libertà – Un viaggio nel cuore di Dostoevskij”.]
Ora, tornando ai tre problemi sollevati da Dostoevskij, ditemi se sbaglio: non ci toccano tutti da vicino, secondo voi? Secondo me, sì. Come mai? Perché, per esempio, un ateo dovrebbe essere toccato dal problema di Dio? Un ingenuo potrebbe dire: l’ateo nega Dio, dunque perché mai sarebbe così fondamentale per lui tanto da ritenerlo un “problema”? Veniamo alla radice etimologica della parola “ateo”: deriva dal latino “a-theos”, dove la “a” ha funzione privativa e possiamo tradurla con “senza”, mentre “theos” significa appunto Dio, motivo per cui: “ateo” sta a indicare colui che non crede in Dio, un “senzadio” che talvolta viene usato – correttamente – come appropriato sinonimo del termine “ateo” appunto.
L’etimologia però non risponde al “perché” per un ateo Dio dovrebbe essere un problema. Provo io a rispondere… quando un ateo si oppone con tutto sé stesso all’idea di Dio e dichiara solennemente che per lui Dio non esiste, puntando magari i piedi e invocando di essere fulminato dall’Altissimo, in caso si sbagliasse, come fece Mussolini in un comizio prima di diventare il sodale di Hitler, nonché il di lui compagno di crimini… ecco, un ateo non farebbe mai nulla di così plateale se Dio non fosse un così enorme problema per lui. È come se, negandolo, un ateo confermasse implicitamente a tutti quanto per lui Dio sia un enorme, gigantesco problema, uno di quelli che provi a respingere ma che ti ritorna indietro come un boomerang. Poi, parliamoci chiaro, perché senti tanto il bisogno di negare qualcosa, se non “perché” non riesci a fare a meno di pensarci? Mi domando e mi rispondo: perché – appunto – per te, ateo, Dio dev’essere un “problema”.
C’è un meraviglioso personaggio dostoevskiano, di cui parlo in diverse pagine di questo mio libro su Dostoevskij intitolato “La tragedia della libertà”. Questo personaggio è un ingegnere, non a caso… sapete, anche Dostoevskij da giovane doveva diventare “ingegnere”. Poi, a un certo punto, si stufa e dice: “No, voglio fare altro…” Non è che abbia detto queste esatte parole, piuttosto me lo immagino io, perché qualcosa del genere dovrà pure essersi detto per cambiare idea – come ha fatto – su cosa fare nella vita.
Per nostra immensa fortuna, quest’uomo, Dostoevskij, non è diventato ingegnere, ma si è messo a scrivere romanzi, che lo hanno reso famoso fino a farlo diventare quello che noi abbiamo imparato a conoscere: uno dei più importanti scrittori di tutti i tempi (per me il più importante). E pensare che doveva fare l’ingegnere… questo personaggio emblematico che vi dicevo, ancora non vi ho detto il nome volutamente, ve lo dico adesso: è l’ingegner Kirillov.
Lui è uno dei protagonisti di un’altra opera di Dostoevskij, che metto al secondo posto delle mie preferenze dostoevskiane: parlo de “I Demoni”. È un romanzo più ostico rispetto a “I fratelli Karamazov”. Quest’ultimo ha un livello di comprensione più immediato, tanto che arriva a tutti, perché “tutti” possono trovarci dentro qualcosa che asseconda i propri gusti. “I demoni” sono decisamente tutt’altra lettura. C’è chi ama, diciamo, una scrittura molto legata alla trama, che pretende che sia avvincente, ne “I fratelli Karamazov” c’è questo e perciò piace così tanto. Ne “I demoni” il discorso cambia. La trama è più lenta, c’è più una componente cerebrale e morbosa; non dico che non sia, a suo modo, “avvincente”, però questo non è ciò che salta all’occhio, non a prima vista almeno.
Quello che più mi ha colpito dell’opera in cui possiamo trovare l’ingegner Kirillov sono i contenuti filosofici che oserei definire “clamorosi”. Tornando a lui, Kirillov è proprio un ateo talmente accanito che – come tutti gli atei del resto – è proprio fissato con Dio. Lui, di Dio, non accetta il fatto che sia l’Altissimo che ha già stabilito la sua sorte ultima. Perciò escogitare un sistema tutto suo per decidere di sé stesso, della sua vita, a dispetto di Dio. Sceglie di uccidersi. Nella sua follia Kirillov racconta a sé stesso che, se si ucciderà, togliendosi la vita, dimostrerà che è lui ad avere il potere, appunto, di vita e di morte su sé stesso; quindi, la sua fine, che è quanto di più “personale” possa esserci, sarà lui a deciderla e non Dio. Che magra consolazione sapere che non sarà Dio a sancire quando fargli esalare il suo ultimo respiro, bensì sarà lui stesso. In che modo? Si sparerà un colpo di pistola in testa. E così uscirà di scena l’ingegner Kirillov, convinto di dimostrare in questo modo che lui è l’unico dio di sé stesso.